Piacenza si colloca all'ultimo posto in Emilia Romagna per numero di reati denunciati in rapporto alla popolazione nel 2008. Un dato, reso noto nei giorni scorsi dal Ministero dell'Interno e ripreso da tutti gli organi di informazione, che rende onore a tutta la nostra comunità. Il merito va indubbiamente ascritto al lavoro quotidiano compiuto dalle forze dell'ordine - che non finirò mai di ringraziare - e alle politiche di controllo, di integrazione, di riqualificazione sociale dispiegate dagli enti locali. Tuttavia sono convinto che la porzione più grande di responsabilità di questo importante risultato risieda in tutti noi. I veri fautori della sicurezza sono i cittadini che amano il loro territorio, lo sentono come proprio e per questo lo difendono. E' la nostra coscienza civile, il nostro rispetto per la legalità l'argine più sicuro per contrastare i comportamenti illeciti. La mia esperienza di sette anni da sindaco mi ha fatto sperimentare e convinto che i fattori principali di resistenza contro il crimine siano la piena responsabilizzazione della società civile locale e il reciproco rispetto tra cittadini e istituzioni. Diversa è la convinzione dell'attuale governo. C'è un minimo comun denominatore che lega molti dei provvedimenti emanati in questi mesi dall'esecutivo nei confronti della periferia: la progressiva azione di esautoramento degli enti locali. Una riflessione che non discende da ragioni di mera contrapposizione politica, ma dalla mia esperienza di sindaco, di rappresentante di una comunità locale che rivendica le capacità, ma anche i mezzi, per governare i propri problemi. Da un lato si svuotano comuni e province di leve di governo fondamentali, si tolgono i pochi strumenti di imposizione fiscale a loro disposizione, si tagliano trasferimenti di risorse economiche, si inibisce il ricambio delle risorse umane; e dall'altro piovono dal centro sempre più direttive, carichi burocratici e adempimenti nuovi, che mettono in crisi il livello del governo locale. Per poi poter dire che serve la mano salvifica dello Stato che tutto governa e tutto risolve. Il presidente del Consiglio incarna perfettamente questo modello. A questo proposito l'altro ieri il sindaco de L'Aquila Cialente mi ha esternato la situazione di grande disagio a fronte di una serie di compiti di protezione civile e di gestione della delicata fase del dopo terremoto scaricate sulle sue spalle, per i quali non dispone né degli strumenti né delle risorse adeguate. E un sindaco impossibilitato a svolgere i propri compiti costituisce una giustificazione in più all'intervento diretto dello Stato. Le risposte di questo governo ai problemi sono pertanto di natura centralista.
Un centralismo perverso, congegnato per tagliare fuori la dimensione della comunità, che ignora le risorse dei territori, che mortifica il ruolo delle istituzioni locali e che - forse la conseguenza più deleteria - deresponsabilizza e genera passività tra i cittadini. Nel disegno di questo esecutivo, i sindaci sono messi nelle condizioni di non offrire più le soluzioni alle istanze delle persone: per questo non resta che calarle dall'alto, attraverso l'imposizione di ricette che mirano ad apparire risolutive senza esserlo davvero e spesso non hanno nessuna attinenza con i temi di questo o quel territorio. In questo senso la vicenda dell'utilizzo dei soldati dell'esercito nelle città è esemplare. Piacenza non era certo tra i territori da privilegiare rispetto ad altre località in condizioni molto più critiche. Tuttavia, grazie alla collaborazione consolidata negli anni fra le diverse istituzioni coinvolte, Comune, Provincia, Prefettura e forze di polizia, siamo riusciti a trasformare la manovra in opportunità, incardinandola nel modello operativo che tanti buoni risultati ha dato al nostro territorio. Difficile negare che anche le norme sulle cosiddette ronde, inserite nel decreto sulla sicurezza del ministro Maroni, siano figlie di questo spirito neocentralista. Sono provvedimenti che determineranno obblighi e costi aggiuntivi insostenibili per le amministrazioni locali che le attiveranno: basti pensare che per potersi avvalere di questo strumento - propagandato come di supporto alle politiche di sicurezza del territorio - sarebbero costrette a distogliere risorse essenziali da altri settori. Inoltre l'introduzione delle ronde prefigura una pericolosa privatizzazione della sicurezza, mettendo per la prima volta in discussione la dimensione pubblica del controllo sul territorio. Come ho già sostenuto la via da percorrere è quella di impiegare i cittadini valorizzando il loro contributo volontario per presidiare il territorio, in particolare per attività di pubblica utilità finalizzate all'integrazione e alla coesione sociale. Abbiamo la possibilità di avvalerci degli assistenti civici, che possono essere destinati alla sorveglianza di aree verdi e campi gioco, luoghi ricreativi, punti urbani con criticità varie per favorire la mediazione dei conflitti e il dialogo tra le persone. Si tratta di figure subordinate alla polizia municipale, istituite con una legge regionale del 2003 che tra l'altro possono accedere a specifici finanziamenti periodicamente messi a disposizione dalla nostra Regione. L'esatto opposto del modello imposto dal governo, che contrasta in maniera stridente con i proclami di federalismo tante volte sbandierati. La soluzione dei problemi, non solo quelli legati alla sicurezza, passa innanzitutto per noi stessi, attraverso la partecipazione dei cittadini e un ruolo attivo dei governi locali, messi davvero nelle condizioni di operare per il bene comune.
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