16 Gennaio

Sull'immigrazione il governo mette in discussione diritti fondamentali

Roberto Reggi, in qualita' di responsabile dell'area immigrazione del Pd emiliano, interviene per criticare le recenti scelte del governo e propone quale modello di integrazione possibile quello emiliano.

"La presenza di cittadini stranieri è una risorsa da valorizzare e un elemento che arricchisce il territorio: guardare a questo fenomeno in maniera costruttiva e propositiva, anziché banalizzarlo attraverso politiche di generalizzata criminalizzazione, è il solo modo per conseguire una concreta e piena integrazione". Questo il commento del sindaco di Piacenza Roberto Reggi, responsabile dell'area Immigrazione per il Pd dell'Emilia Romagna, nell'imminenza della "Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato" che ricorre domenica 18 gennaio.
Il riferimento non è solo al dibattito scaturito dalla proposta leghista di istituire una tassa sul permesso di soggiorno, che Reggi concorda nel definire "l'ennesima testimonianza di un atteggiamento discriminatorio e lesivo, tra l'altro, di un diritto fondamentale qual è quello alla cittadinanza", ma ai tanti aspetti controversi delle scelte governative in materia di immigrazione.
"Basti pensare alla recente approvazione in Senato del reato di clandestinità, tra gli emendamenti al disegno di legge sul pacchetto sicurezza, all'annunciata intensificazione dei controlli sui matrimoni misti, al tentativo di coinvolgere i medici nella denuncia degli immigrati irregolari. Senza dimenticare -- prosegue Reggi -- l'idea ghettizzante delle cosiddette classi ponte nelle scuole, la cui realizzazione minerebbe sul nascere le possibilità di incontro e conoscenza reciproca tra le culture. Provvedimenti di questo genere, inaccettabili anche se lasciati sulla carta, altro non sono che l'espressione di una politica miope e semplicistica, incapace di adeguarsi all'evoluzione della società contemporanea e arroccata sull'idea del capro espiatorio, della diversità da temere, da allontanare".
Al contrario, il responsabile del Pd dell'Emilia Romagna per l'Immigrazione sottolinea l'esempio positivo della nostra regione, dove l'incidenza della popolazione straniera sul totale è superiore alla media italiana, raggiungendo quasi il 9% a fronte del 6% nazionale. Un dato che, riferito alle scuole dell'obbligo, vede l'Emilia Romagna al primo posto per numero di alunni di cittadinanza non italiana (l'11,8% degli studenti nell'anno 2007-2008), con una percentuale che sfiora il doppio di quella nazionale.
"Se la Giunta regionale applicasse il pensiero del Governo -- rimarca Reggi -- cifre come queste dovrebbero comportare addirittura l'inasprimento delle normative nazionali. Fortunatamente, possiamo essere fieri delle politiche territoriali già attuate e di quelle in fase di approvazione, improntate a valori quali la dignità della persona e la solidarietà. Il Programma triennale per l'integrazione dei cittadini stranieri (ricordo che l'Emilia Romagna è la prima Regione ad aver legiferato in materia), è, in questo senso, un documento di importanza fondamentale, che non solo affronta in maniera completa tutti gli aspetti di tutela sociale e mediazione culturale legati all'immigrazione, ma parte da un assunto irrinunciabile: la costruzione di relazioni positive, che favoriscano la parità di accesso ai servizi e il dialogo tra cittadini di nazionalità diversa".
"I titolari di permesso di soggiorno di lunga durata nella nostra regione -- prosegue il sindaco di Piacenza -- sono passati dai 41.228 del 2004 ai 100.393 del 2007: ciò è indice di stabilità sociale, ma è anche il risultato di un lavoro lungimirante e della capacità di cogliere le sfide del nostro tempo. I numeri ci dicono, del resto, che nel 2006 i lavoratori immigrati hanno prodotto ricchezza in misura pari all'11,3% al PIL dell'Emilia Romagna e che i contributi previdenziali Inps derivanti da lavoratori dipendenti stranieri, nel 2007, hanno raggiunto un miliardo di euro, mentre l'erogazione delle pensioni non supera l'1% della spesa totale. A proposito di statistiche, elemento certo non opinabile, nelle nove province emiliano-romagnole il numero degli immigrati risulta inversamente proporzionale al tasso di disoccupazione, il che ci permette di sfatare il pregiudizio, gravoso e ingiustificato, di uno squilibrio concorrenziale tra occupazione italiana e straniera".
"Il Partito Democratico -- afferma Reggi -- sostiene con convinzione le politiche regionali sull'immigrazione individuando, in esse, l'impegno effettivo a contrastare la discriminazione e a fare, della multiculturalità, non una semplice vetrina, ma la base della società futura. Da parte mia, sono orgoglioso di poter portare l'esempio di Piacenza, che recentemente ha avviato un'Agenzia di Sviluppo nel cuore di un quartiere a forte presenza straniera, aprendo uno sportello che possa fungere da punto di riferimento e di incontro per i cittadini immigrati e quelli italiani, nell'ottica di un percorso partecipato verso la riqualificazione e la progettualità condivisa".
"Siamo consapevoli -- conclude Reggi -- del fatto che l'immigrazione ponga difficoltà reali da affrontare. Tuttavia, crediamo che proprio per questo occorrano risposte efficaci, razionali e motivate da una chiara volontà di integrazione; non è con la rimozione dei problemi, strada che il Governo sembra perseguire con insistenza, che si giunge alla loro soluzione. Il Pd è per una società aperta e coesa, come quella che l'Emilia Romagna sta, da anni, costruendo, con attenzione e sensibilità. Auspichiamo che la Giornata mondiale del 18 gennaio sia occasione per riflettere su questi temi e ampliare gli orizzonti della politica nazionale, rammentando al Governo che un Paese civile non può identificare il valore e i diritti dei suoi cittadini con la loro provenienza geografica".


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Ecco un articolo davvero interessante sul tema immigrazione e uscito sul Manifesto qualche giorno fa 

 L'EREDITÀ DI UN PRETE DI FRONTIERA
Il vescovo DI PIACENZA
«Ero straniero e mi avete accolto». La pastorale di 
Giovanni Scalabrini, un secolo fa quando gli 
stranieri eravamo noi. Storia di un missionario 
cattolico le cui battaglie sono ancora oggi di 
grandissima attualità. E proseguite da 159 comunità 
in tutto il mondo
Sebastiano Canetta
Ernesto Milanesi
PIACENZA
Beato fra gli emigranti, le mondine, i poveri 
contadini e le sordomute. Fedele all'azione pratica, 
flessibile come un pezzo di ghisa, inesauribile 
nella sua pastorale. A Piacenza, è sempre e comunque 
il vescovo. Giovanni Battista Scalabrini è stato 
un "profeta" della Chiesa dell'altro secolo, esempio 
della determinazione che abbatte il 
pregiudizio. «Ero straniero e mi avete accolto»: 
Vangelo di Matteo, "tradotto" in pastorale più di 
cento anni fa, quando gli stranieri eravamo noi. 
Nell'album di famiglia cattolico, è uno dei 175 
beati italiani. Gli sradicati lo considerano ancora 
il protettore degli ultimi. «Forse non sarà stato il 
numero uno, certamente fu sempre un numero intero» 
puntualizzano i padri scalabriniani, 
beatamente "quadrati" come il fondatore. Da buon 
cristiano, avrebbe voluto fare esattamente come San 
Carlo Borromeo «che non si divide e non indietreggia 
mai». Tanto che alla fine dell'Ottocento ricorda ai 
padroni «l'ipoteca sociale» che grava sulle loro 
proprietà, interpretando l'enciclica Rerum novarum 
in chiave quasi rivoluzionaria per l'epoca.
Scalabrini si rivela esempio della determinazione 
che abbatte il pregiudizio. Diventa il padre non 
solo spirituale degli esuli con i "missionari degli 
emigranti", promuovendo il modello di cristianesimo 
abbandonato dalle gerarchie cattoliche. «Non era 
particolarmente colto. Piuttosto, dotato del genio 
del minuto» diceva chi lo aveva conosciuto. Eppure 
riuscì a riformare il catechismo, gettando le 
fondamenta della "pastorale permanente" a favore 
degli umili.
Nel 1863, Scalabrini è in cattedra al seminario 
minore di Como. Agli studenti, poco più giovani di 
lui, insegna la sintassi greca e latina. Ma non 
rinuncia ad insistere sull'evangelizzazione alla 
base della piramide. Il "fuoco" apostolico, 
all'inizio, è solo la necessità storica di 
sostituire il potere temporale del papa con quello 
più evangelico delle opere. Scalabrini lo afferma 
apertamente insieme agli altri 
religiosi "transigenti", convinto che la fine dello 
Stato pontificio potesse far risorgere il regno 
spirituale. Sono in 12 contro 300 e quando escono 
allo scoperto rischiano l'epurazione. «Sicché, il 
vescovo di Como, per non bruciarlo, nel 1870 lo 
nomina priore a San Bartolomeo, la 
periferia "industriale" della città» ricordano alla 
Casa madre dei missionari. 
L'esilio a fianco degli operai tessili forgia 
definitivamente tempra e filosofia del prete di 
frontiera. Scalabrini registra in anticipo gli 
effetti della rivoluzione industriale innestata nel 
fragile tessuto rurale lombardo. A Como, verifica di 
persona la precarietà e lo stato di abbandono delle 
ultime pecore del "gregge": sordomuti, disoccupati e 
infermi. Tutti costretti alla miseria più assoluta. 
Sulle risaie del Po lo colpiscono le bambine-mondine 
ridotte in schiavitù, con la schiena piegata sulle 
acque fredde. 
Così, nel 1875, nel suo Piccolo catechismo per gli 
asili di infanzia deborda dall'ortodossia. Finisce 
fuori tema e inizia a puntellare le tesi che lo 
renderanno famoso: «C'è bisogno di iniziative 
sociali per le operaie tessili e per chi coltiva il 
riso - insiste Scalabrini - Da queste parti sono 
tutti, indistintamente, poveri». 
Alla stazione di Milano vede per la prima volta le 
colonne di emigranti con la valigia di cartone 
accovacciati sui binari. Chiede spiegazioni: gli 
rispondono che stanno aspettando il treno per il 
porto di Genova. Rimane profondamente 
turbato: «Dovremmo vergognarci tutti» scandisce a 
chi lo accompagna. Ai superiori fa immediatamente 
sapere che «l'emigrazione è Il più grande problema 
del nostro secolo». Dunque, bisogna combattere le 
cause radicalmente, da cristiani.
Lo pensa e lo ripete in undici conferenze al 
Concilio Vaticano I. Le sue teorie colpiscono gli 
strati più illuminati della chiesa: don Giovanni 
Bosco rimane estasiato dal catechismo pragmatico di 
Scalabrini. Il fondatore dei salesiani fa stampare 
le parole del sacerdote di Como e le diffonde nelle 
curie. La carriera è spianata: nel 1876 viene 
nominato vescovo di Piacenza.
Ma non cambia. E' sempre Scalabrini, "missionario" a 
modo suo, perfino al vertice della Chiesa. Un 
pastore d'anime che capisce uomini e donne, bambini 
e anziani. Perfino da vescovo si ispira alla vita 
spicciola di San Carlo più che ai dottori della 
chiesa. Ancora una volta spiega che «bisogna 
camminare davanti alle pecore, sacrificarsi in tutti 
i modi possibili, esporre se necessario la propria 
vita per la salute del gregge». 
Non sono vuoti proclami. Al contrario, comincia per 
primo nel 1879, quando i piacentini devono fare i 
conti con gli effetti mortali della carestia che si 
abbatte sulla campagna emiliana. Scalabrini mette in 
piedi un vero e proprio pronto soccorso alimentare 
ambulante: in due mesi 244.460 minestre e migliaia 
di buoni per la farina leggera raggiungono anche le 
più remote parrocchie di montagna. 
La Social Card del vescovo si rivela un'impresa 
titanica che assorbe tutte le risorse della curia, 
ma il "padre dei migranti" non si ferma nemmeno 
quando le casse sono vuote. Prosegue senza tanti 
complimenti. Prima impegna i gioielli del vescovado, 
poi il prezioso calice ricevuto in dono da papa Pio 
IX. Troppo, perfino per i fedelissimi, che lo 
avvertono: «Eccellenza, se andate avanti così 
morirete sulla paglia». Scalabrini replica: «Se 
c'era nato Gesù non doveva essere poi troppo male». 
E dispone di vendere anche i cavalli.
Fiducia illimitata nella provvidenza con 
un'esperienza diretta di povertà ed emarginazione. 
Scalabrini prende sul serio anche le cinque visite 
pastorali nelle 365 parrocchie della diocesi, di cui 
ben 200 in montagna. Ne passa in rassegna una al 
giorno, a dorso di mulo. L'agenda vescovile combacia 
con quella del territorio. In campagna Scalabrini 
esegue le richieste dei contadini: preghiere per la 
siccità, novene contro le invasioni dei topi, 
benedizioni al bestiame malato.
I pratici "miracoli" di Scalabrini vincono la fame, 
ma per sconfiggere la vergogna dell'emigrazione 
serve una struttura permanente. Il 28 novembre del 
1878 fonda i Missionari e le missionarie di San 
Carlo, la prima pastorale migranti della chiesa.
Quando si insedia a Piacenza, non dimentica la 
promessa fatta anni prima a Como: nel 1879 si 
inventa l'Istituto sordomute, togliendo l'alone del 
Diavolo alla diversa abilità. E sull'onda emotiva 
dei morti alla Festa del lavoro del 1898 scrive Il 
socialismo e l'azione del clero, dirompente sintesi 
del suo pensiero sociale. Accanto al welfare dalla 
culla alla tomba, c'è la partecipazione degli operai 
agli utili delle aziende, diritto di lavoro e 
sciopero, assicurazioni contro gli infortuni, 
pensioni di invalidità e vecchiaia, e la riduzione 
dell'età del lavoro. Con una ricetta anticrisi 
sorprendentemente attuale: «Servono banche 
cattoliche e casse rurali che erogano prestiti a 
interessi minimi» avverte Scalabrini.
Nel 1901 ha già rinunciato alla porpora rossa 
preferendo seguire gli emigrati negli Stati Uniti. 
Il pastore vuole vedere le conseguenze dello 
sradicamento oltre l'Atlantico: «In America le 
perdite del cattolicesimo si contano a milioni, di 
sicuro più numerose delle conversioni di infedeli 
fatte dalle nostre missioni nei tre secoli scorsi». 
Poi va con gli esuli che zappano la terra del 
Brasile, ma nel 1903 si ricorda anche delle 170 mila 
mondine piegate sulle risaie con l'Opera pro 
mondariso.
Un secolo dopo, della rivoluzione dell'«umile prete 
di campagna» restano i missionari migranti tra i 
migranti di 25 paesi. E un piccolo esercito di suore 
sparpagliate in 159 comunità diverse. Rimane anche 
il motto scalabriniano Video dominum innixum scala, 
con Cristo appoggiato alla scala di Giacobbe. 
Nessuna croce con i chiodi: solo l'angelo ascendente 
che invita alla contemplazione e l'angelo 
discendente che illumina la grazia.
Commento di antonio swich scritto il Febbraio 4, 10:40


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