Reggi: "Resistenza, il nostro secondo Risorgimento. Oggi respingiamo l’attacco alla Costituzione"
IL TESTO DEL DISCORSO UFFICIALE
Autorità civili, militari e religiose
Rappresentanti delle Associazioni combattentistiche,
Cittadini
“Viva l’Italia” è la frase più pronunciata dai partigiani nell’ultimo anelito di vita. Scritta nelle lettere dei condannati a morte, sussurrata o gridata cadendo sotto i colpi del fuoco nemico, è – questa frase – la testimonianza del sacrificio, dell’amore per il proprio Paese, dello spirito di abnegazione con cui i tanti martiri della Resistenza hanno combattuto e lottato per la rinascita dell’Italia all’indomani dell’8 settembre, liberandola dalle oppressioni del regime nazifascista.
“Viva l’Italia” è anche l’espressione con sui solitamente si chiudono i discorsi solenni e con cui invece, quest’oggi, intendo commemorare il 66° anniversario della Liberazione, perché l’orgoglio nazionale e il senso di appartenenza che in questi mesi hanno ritrovato vigore, sventolando nei tanti tricolori ancora appesi alle finestre, è anche orgoglio partigiano e consapevolezza di aver dato vita a uno Stato cui la democrazia e la libertà non sono state regalate, bensì conquistate e difese dalle generazioni precedenti che a questi valori hanno creduto fino in fondo.
E’ nel clima della ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia che la celebrazione e la cerimonia di oggi assumono significati nuovi, ricordandoci l’impegno di tutti coloro che con il loro coraggio, facendosi interpreti di quegli stessi ideali che guidarono il faticoso processo di unificazione, hanno scritto una delle pagine più importanti della storia italiana, segnando il punto di svolta dalla parentesi di buio, repressione e orrore rappresentata dal fascismo.
Perché sono i partigiani gli eredi legittimi dei nostri padri risorgimentali, ed è anche alla lotta per la Liberazione che dobbiamo la riacquisizione della nostra dignità e della nostra coscienza di popolo. Gli eroi della Resistenza - mi piace chiamarli così - rinnovarono il sacrificio dei tanti giovani patrioti che nel cammino dell’unificazione nazionale diedero la loro vita per la patria, per un’Italia non più divisa, non più frammentata. Come sostiene Luigi Salvatorelli, uno dei più importanti storici di formazione liberale, la Resistenza è il punto di arrivo del grande processo storico nazionale: “Il Risorgimento – dice – aveva, dopo lunghi secoli, ridato agli italiani una dignità morale, facendo sentire a gente che pareva per sempre affondata in un torpido e scettico egoismo, la bellezza di un ideale per il quale si deve lottare e, quando occorra, morire; il grande moto della Resistenza ha ridato all’Italia, dopo il ripudio definitivo della dittatura, dignità, onore, vita”.
Una interpretazione quella del “secondo Risorgimento” elaborata oltre che da Luigi Salvatorelli anche dallo studioso e storico inglese Denis Mack Smith, cui ha attinto anche l’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini, quando sottolinea il ruolo della gente comune nella lotta partigiana. “Rifiutare l’uso strumentale della memoria impone infatti – afferma Pertini – di raccontare il cammino della liberazione come fu davvero: storia di popolo e non di partito”. Perché la Resistenza fu fenomeno diffuso, c’è chi si impegnò in prima persona “salendo la montagna” e chi – come le donne partigiane - ebbe un ruolo decisivo nel coordinamento e nell’organizzazione, senza mai tirarsi indietro dalle prime linee. Fondamentale fu, poi, il sostegno generale della popolazione civile: molti, pur non essendo azionisti, offrirono un rifugio ai partigiani nelle proprie cantine o ripostigli, mettendo a repentaglio la loro stessa incolumità per salvare la vita altrui.
Rendiamo onore, quindi, a chi ci ha permesso di essere uomini liberi, a chi ha sacrificato il bene più alto, la vita, per l’ideale di un Paese veramente democratico e per una politica che non fosse oppressione ma dialogo, apertura e confronto. E’ “una memoria di sangue, di fuoco e di martirio”, come l’ha definita il poeta Salvatore Quasimodo, un ricordo – è bene aggiungere – che pesa e che rischia di svanire sotto i colpi di un revisionismo semplicistico e noncurante, a volte dozzinale e volgare.
E non è un caso che a volte sfugga la visione tragica di quegli anni e il partito dei “distratti” sembri aumentare, tant’è che di recente abbiamo assistito all’assurda richiesta di cancellazione del reato di apologia fascista impresso nella nostra Carta costituzionale. Quella stessa Costituzione che affonda le sue radici più profonde nei valori della Resistenza e con cui i padri costituenti – da Piero Calamandrei a Giorgio La Pira – intessendo in un testo i principi che hanno ispirato la lotta di liberazione, hanno fatto a noi tutti e alle generazioni future un inestimabile dono. Gli stessi Comitati di Liberazione furono laboratori per la nascita di quella democrazia rappresentativa sancita dalla scelta repubblicana nel referendum del giugno del 1946.
Oggi, le istituzioni sono chiamate con senso di responsabilità a contrastare l’oblio. Dobbiamo fare uno sforzo, ricordare, mai dimenticare e allora non possiamo non citare i 5 mila militari morti a Cefalonia, i primi veri resistenti; le vite spezzate negli eccidi di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e delle fosse Ardeatine, perché è doveroso avere memoria dei luoghi dove si è costruita la nostra storia: è il primo passo per edificare un presente e un futuro consapevoli, al riparo da errori già commessi.
Resistenza significa oggi ergere muri di fronte a ogni forma di mortificazione e appiattimento della dignità e della libertà umana; rifiutare l’ideologia del male per scegliere quella del bene; trasmettere ai giovani il senso più profondo dell’esperienza resistenziale nell’attuale contesto politico-sociale, perché come ha scritto il filosofo e giurista Norberto Bobbio “la Resistenza continua ad alimentare speranze, a suscitare ansie ed energie di rinnovamento”.
Piacenza, Medaglia d’oro al Valore Militare, ricorda oggi i suoi caduti per la libertà: partigiani, uomini e donne, giovani e vecchi, operai, intellettuali e contadini legati ai sentimenti dell’uguaglianza, della democrazia e della giustizia sociale, protagonisti di battaglie efferate e drammatiche, impresse nella storia, nelle lapidi, nei monumenti ad essi dedicati, come monito per non dimenticare il tributo di sangue e libertà versato dalla nostra città. Il 28 aprile 1945, tre giorni dopo la liberazione di Milano, anche qui le forze partigiane facevano il loro ingresso in città, arrivando in piazza Cavalli accolti da una popolazione entusiasta per la ritrovata libertà, ma non dimentica dei 778 caduti piacentini per la conquista della democrazia.
Oggi come allora, è nel ricordo di quei terribili giorni che ritroviamo la nostra coscienza unitaria, la consapevolezza di un cammino comune che cementa il nostro essere popolo. In questi anni in cui gli italiani paradossalmente stanno diventando sempre più i nemici di se stessi, resistere allo strisciante svilimento delle istituzioni, all’attacco alla nostra Costituzione, al tentativo di declinare al plurale l’Italia che è una e indivisibile è il miglior modo per onorare il 25 aprile, festa di tutti.
Come ha affermato il giornalista e scrittore Arrigo Levi, il 25 aprile “si festeggia una fine, ma anche un principio. La fine di un incubo e l’aprirsi degli animi a una nuova speranza. Il panorama delle città in rovina, le sconvolgenti immagini di campi di sterminio dove si aggiravano gli scheletri dei pochi sopravvissuti, erano divenute di colpo, in quella giornata di primavera del 25 aprile, il passato. Il nostro passato”.
Viva la Resistenza, viva la Libertà, Viva L’Italia.
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